« LE MATRIARCHE : SABO/BDS MORO » MOSTRA

Fondazione Orestiadi di Gibellina

Museo d’arte Contemporanea di Gibellina

Comune di  Gibellina

In collaborazione con

Osservatorio Outsiderart – Universita’ di Palermo

«  LE MATRIARCHE :  SABO/BDS MORO »

A CURA DI EVA DI STEFANO

2 LUGLIO 2011  -  12 SETTEMBRE  2011

Museo d’arte contemporanea, Viale Segesta,  Gibellina

Vernissage 2 luglio  ore 18  -  Orari di apertura 9/13, 16/19 domenica e lunedi chiuso

 

Sabato 2 luglio alle ore 18 presso il Museo d’arte contemporanea, Viale Segesta a Gibelllina

Sarà inaugurata  da Ludovico Corrao, Presidente della Fondazione Orestiadi e da Rosario Fontana sindaco di Gibellina, la mostra  curata da Eva Di Stefano “ LE MATRIARCHE: SABO/BDS MORO” realizzata in collaborazione con l’Osservatorio Outsiderart dell’ Università di Palermo.

La mostra presenta i lavori di due artisti la cui opera  è annoverabile nell’art Brut o Outsider

“…cioè autori autodidatti, senza una cultura artistica, in una condizione socio-esistenziale marginale, animati da una vocazione totalizzante, dotati di immaginazione originale e capaci di creare da soli un proprio vocabolario espressivo…” e intende oltre che riportare all’attenzione il caso di Sabo, , valorizzando la ricca collezione in possesso del Museo Civico di Gibellina, presentare per la prima volta le straordinarie opere di Salvatore Bentivegna detto il Moro.

Sono in mostra a documentare i complessi percorsi dei due autori:  20 disegni, 13 sculture e  14 microsculture del Moro provenienti dalla collezione privata di Vincenzo Rocchè e 29 tele di Sabo, selezionate dalle circa 80 opere conservate nei depositi del Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina.

La mostra è accompagnata da un quaderno  con testo critico e schede biografiche di  Eva Di  Stefano, e le testimonianze di Vincenzo Rocchè,  e di Michele Canzoneri.

Il progetto si inserisce nel programma di collaborazione tra  la Fondazione Orestiadi di Gibellina e il Museo d’Arte Contemporanea della città.

 

“ LE MATRIARCHE: SABO/BDS MORO”

Sia Sabo che BSD Moro, nati nella prima metà del novecento, nel 1943 al momento dello sbarco americano avevano rispettivamente 27 e 20 anni, cioè erano individui giovani ma compiuti, che si erano formati nel guscio di quel regime matriarcale “sotterraneo, quasi invisibile”, secondo Sciascia ancora integro e senza scampo. E se Sabo proseguì la sua vita all’ombra delle donne di famiglia, da cui era protetto, mantenuto e ossessionato, il Moro si rivelò inetto a mantenere la sua e fu cacciato di casa platealmente dalla moglie appena uno dei figli maschi fu in età di lavoro. In ambedue i casi c’è la rappresentazione di un mondo popolare dove le donne di casa hanno lo scettro vero del comando e l’uomo, che ne detiene solo l’apparenza, insegue le proprie chimere tollerato con condiscendenza o inchiodato nella ripulsa.  Ambedue dettero vita nelle loro opere, quando scoprirono la necessità dell’arte, a femmine potenti: demoni lussuriosi e metamorfici per Sabo; energie della natura e intangibili dee per il Moro.

La loro opera ebbe esiti diversi: Sabo riuscì ad acquisire in vita una certa notorietà locale, mentre il Moro, misconosciuto dai suoi concittadini di Sciacca e forse schiacciato dall’omonimia con Filippo Bentivegna, noto scultore di teste anche lui autodidatta e stravagante, è rimasto un milite ignoto….

Ho scelto come chiave di lettura unificante dei due percorsi creativi, ciascuno dei due con caratteristiche proprie e originalissime nell’iconografia e nella qualità tecnica, il tema Le Matriarche per porre l’accento su un’emergenza costante dell’immaginario siciliano che a me, come ho cercato di motivare in apertura, pare significativa e che caratterizza in particolare le produzioni espressive degli autori irregolari e autodidatti dove, in assenza di troppe interferenze culturali, il quoziente di ‘verità psichica’ è più alto, rendendo perciò più agevole il disvelamento di un’istanza archetipale…  ( EVA DI STEFANO, quaderno della mostra )

Note biografiche

SABO (Salvatore Bonura) Palermo 1916-1975

Figlio di un salumiere, ha un rapporto privilegiato con le donne della sua famiglia che continua per tutta la sua vita. Interrotti gli studi poco dopo le scuole elementari, si dedica con scarso successo al commercio. Sotto le armi durante la seconda guerra mondiale, al ritorno si sposa senza però riuscire ad adattarsi alla vita pratica e senza intraprendere con continuità nessuna attività lavorativa. Inizia a dipingere da autodidatta intorno ai cinquant’anni. Dopo l’incontro con il giovane artista Michele Canzoneri che lo incoraggia, conosce alla fine del 1968 l’imprenditore Liborio Teresi che si appassiona al suo universo figurativo metamorfico e ossessivo decidendo di diventare il suo mecenate. Da quel momento in poi si firma Sabo e, al riparo da preoccupazioni economiche, produce centinaia di quadri fino alla morte per tumore. Sue opere si trovano presso il Museo Civico di Gibellina (Tp), la Collection de l’Art Brut di Losanna, la Fabuloserie di Dicy in Francia, e in alcune collezioni private siciliane.

BSD MORO (Salvatore Bentivegna) Sciacca 1923- 2002

Omonimo del più noto concittadino Filippo, con cui non ha però nessun rapporto di parentela, anche Salvatore Bentivegna, detto “Turiddu u moru”, scolpisce la pietra e il legno già a partire dagli anni ’50, firmandosi con le iniziali e il soprannome in più varianti, tra le quali la più frequente è BSD MORO. Analfabeta, uomo di mare e pescatore finché non scampa a un naufragio, padre di dieci figli ma allontanato dalla sua stessa famiglia a causa della sua stravaganza, sopravvive raccogliendo e rivendendo saltuariamente origano e verdure selvatiche. Conduce una vita marginale, quasi da barbone, in una stanza senza finestre e sotto il piano stradale, che si riempe delle sue opere, frutto di un’attività incessante, e depositate anche in una baracca di legno alla periferia della città, segnalata da un’insegna latineggiante: “Sculpitor in petra naturale”. Si tratta di raffinate statuine in pietra tufacea che rappresentano divinità e creature primordiali, bastoni finemente intagliati con figure zoomorfe, numerosi disegni. Temi principali sono la bipolarità dell’esistenza, il dialogo e il conflitto tra uomo e natura, l’inaccessibile superiorità del principio femminile. Ha una concezione animista della natura che è l’unica religione che riconosce: si definisce “sacerdote della natura” e “raccoglitore”, considera le sue figure preesistenti e il proprio intervento una sorta di pratica cultuale. Preso in considerazione solo da pochi appassionati che acquistavano i suoi lavori quando era in vita, e che oggi ne conservano ancora un gran numero, le sue opere sono rimaste fino ad oggi sconosciute.

 

 

Viaggio nella memoria 2011

 

La rete dei Musei del Belìce

L’identità di un territorio come nuova risorsa
“Un museo: conserva, protegge e valorizza gli oggetti legati alla tradizione e alla memoriastorica, culturale o sociale di un popolo, di una etnia o di una comunità …può raccogliere collezioni legate all’arte, storia, scienza, alle tradizioni popolari…  In una accezione più nuova del concetto di museo, questo può essere inteso come spazio aperto, quando un territorio e’ fortemente caratterizzato da un tessuto urbano di particolare interesse o da un sistema di emergenze architettoniche, unitario e di particolare interesse.”

C’è consapevolezza che l’identità di ogni luogo o piccolo centro del Belìce, di cui i musei sono espressione, abbia la possibilità di consolidarsi solo in un sistema integrato a scala territoriale. Per raccontare una storia, che non è solo quelle dei singoli luoghi, ma quella di tutti i paesi della Valle del Belìce, per riflettere sul concetto di appartenenza e di comunità nasce la rete dei musei.

L’idea è quella di operare per un museo del territorio del Belìce, che a partire dalle singole istituzioni, dia una lettura continua della storia, dell’arte, della cultura materiale, dell’architettura e del paesaggio e che ne consenta la conoscenza, conservazione e valorizzazione. Alla rete concorrono strutture con storie diverse, alcuni musei sono già ben strutturati e inseriti negli itinerari turistici, altri in fase di definizione perché di recente formazione.

Scarica il progetto del Marchio

rete museale marchio presentazione

Scarica il pieghevole della Rete Museale Naturale belicina

pieghevole 60x42cm con itinerari 2

 

Premio Letterario G. Tomasi di Lampedusa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pochi anni Pochi anni di vita ed è già diventato uno dei premi letterari più autorevoli del panorama culturale italiano e del Mediterraneo. Nasce in Sicilia, nella Valle del Belìce, e più precisamente a Santa Margherita di Belìce, dove sono state ambientate alcune delle pagine più belle de “Il Gattopardo” e dove Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha trascorso parte dell’infanzia e della giovinezza.
Un legame che non si è mai spezzato tra lo scrittore siciliano e la cittadina, tanto da dedicargli un Premio internazionale che, nelle scorse edizioni, è stato assegnato ad autori come: Abraham B. Yehoshua nel 2003 con il romanzo La Sposa liberata (Einaudi), Tahar Ben Jelloun nel 2004 con Amori stregati (Bompiani), Claudio Magris con Alla Cieca (Garzanti) nel 2005 e nel 2006 ad Anita Desai con Fuoco sulla montagna (Einaudi).

Non è un caso che la Giuria del Premio – presieduta da Gioacchino Lanza Tomasi figlio dell’autore, e composta dalla poetessa Maria Luisa Spaziani, i docenti di letteratura italiana Salvatore Silvano Nigro, Natale Tedesco e Antonio Di Grado – abbia scelto questi nomi. Infatti l’intento del Premio è quello di cogliere nella produzione letteraria i temi della pace e della convivenza dei popoli. Un messaggio etico, ma anche politico, per sottolineare quanto l’intreccio tra le culture sia davvero ricchezza per l’umanità tutta, frutto dell’incontro dei popoli e, quindi storia/storie di uomini, al di là dei luoghi in cui nascono, vivono e muoiono, condividendo un comune destino di speranza, di impegno e di umana consapevolezza.
Una civiltà dell’ascolto che ripudia l’offesa e che sa cogliere nella differenza un elemento di crescita e di ricchezza.. Una coerenza di pensiero che la Giuria ha saputo cogliere nelle opere di questi due grandi letterati, ritrovando il filo conduttore che lega l’Identità alle Differenze, la chiosa illuminante voluta per il Premio Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Un riconoscimento letterario che, sin dall’inizio, si è inteso distinguere, accentuando il rapporto – materiale e immateriale – con il territorio delle Parco Culturale Terre Sicane (Sciacca, Sambuca di Sicilia, Montevago, Santa Margherita di Belìce, Ribera, Calamonaci, Cattolica Eraclea, Caltabellotta, Menfi), dove l’identità e le differenze costituiscono esse stesse la chiave di lettura dell’anima di questo pezzo di Sicilia, teso tra la conservazione del proprio patrimonio culturale e la ricerca di una modernità finalmente intesa come vocazione (produttiva), evocazione (letteraria) e speranza (integrazione e pacifica convivenza tra i popoli).
Un progetto ideato dal Parco Culturale delle Terre Sicane e dall’ Istituzione Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ha raccolto il sostegno dell’Azienda vitivinicola Donnafugata che, al Premio, ha anche voluto legare la sua vendemmia notturna, appuntamento di richiamo per giornalisti e cultori del buon vino.

La cerimonia di premiazione si svolge ogni anno nella prima settimana di agosto a Santa Margherita di Belìce, in provincia di Agrigento, nella splendida cornice del Palazzo Filangeri di Cutò. Nel 2004 madrina del Premio è stata l’attrice Claudia Cardinale, la memorabile Angelica del Gattopardo di Luchino Visconti, mentre nel 2006 l’ospite d’onore è stato il grande maestro Nicola Piovani.di vita ed è già diventato uno dei premi letterari più autorevoli del panorama culturale italiano e del Mediterraneo. Nasce in Sicilia, nella Valle del Belìce, e più precisamente a Santa Margherita di Belìce, dove sono state ambientate alcune delle pagine più belle de “Il Gattopardo” e dove Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha trascorso parte dell’infanzia e della giovinezza.

Un legame che non si è mai spezzato tra lo scrittore siciliano e la cittadina, tanto da dedicargli un Premio internazionale che, nelle scorse edizioni, è stato assegnato ad autori come: Abraham B. Yehoshua nel 2003 con il romanzo La Sposa liberata (Einaudi), Tahar Ben Jelloun nel 2004 con Amori stregati (Bompiani), Claudio Magris con Alla Cieca (Garzanti) nel 2005 e nel 2006 ad Anita Desai con Fuoco sulla montagna (Einaudi).

Non è un caso che la Giuria del Premio – presieduta da Gioacchino Lanza Tomasi figlio dell’autore, e composta dalla poetessa Maria Luisa Spaziani, i docenti di letteratura italiana Salvatore Silvano Nigro, Natale Tedesco e Antonio Di Grado – abbia scelto questi nomi. Infatti l’intento del Premio è quello di cogliere nella produzione letteraria i temi della pace e della convivenza dei popoli. Un messaggio etico, ma anche politico, per sottolineare quanto l’intreccio tra le culture sia davvero ricchezza per l’umanità tutta, frutto dell’incontro dei popoli e, quindi storia/storie di uomini, al di là dei luoghi in cui nascono, vivono e muoiono, condividendo un comune destino di speranza, di impegno e di umana consapevolezza.
Una civiltà dell’ascolto che ripudia l’offesa e che sa cogliere nella differenza un elemento di crescita e di ricchezza.. Una coerenza di pensiero che la Giuria ha saputo cogliere nelle opere di questi due grandi letterati, ritrovando il filo conduttore che lega l’Identità alle Differenze, la chiosa illuminante voluta per il Premio Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Un riconoscimento letterario che, sin dall’inizio, si è inteso distinguere, accentuando il rapporto – materiale e immateriale – con il territorio delle Parco Culturale Terre Sicane (Sciacca, Sambuca di Sicilia, Montevago, Santa Margherita di Belìce, Ribera, Calamonaci, Cattolica Eraclea, Caltabellotta, Menfi), dove l’identità e le differenze costituiscono esse stesse la chiave di lettura dell’anima di questo pezzo di Sicilia, teso tra la conservazione del proprio patrimonio culturale e la ricerca di una modernità finalmente intesa come vocazione (produttiva), evocazione (letteraria) e speranza (integrazione e pacifica convivenza tra i popoli).
Un progetto ideato dal Parco Culturale delle Terre Sicane e dall’ Istituzione Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ha raccolto il sostegno dell’Azienda vitivinicola Donnafugata che, al Premio, ha anche voluto legare la sua vendemmia notturna, appuntamento di richiamo per giornalisti e cultori del buon vino.

La cerimonia di premiazione si svolge ogni anno nella prima settimana di agosto a Santa Margherita di Belìce, in provincia di Agrigento, nella splendida cornice del Palazzo Filangeri di Cutò. Nel 2004 madrina del Premio è stata l’attrice Claudia Cardinale, la memorabile Angelica del Gattopardo di Luchino Visconti, mentre nel 2006 l’ospite d’onore è stato il grande maestro Nicola

Piovani.

premio museo cordio

premio_museo_cordio

 

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